Gioco… libera tutti!

Foto di Florian Riviere per Lo Squaderno 27

Articolo pubblicato da CantieriComuni al numero 27 della rivista online lo Squaderno: “La città in gioco”

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Secondo la sociologa urbana Elisabetta Forni, vivere in una città che non offre stimoli ambientali, sociali e ludici può produrre effetti gravi nelle fasce di popolazione giovane, come l’apatia, la dipendenza emotiva e psicologica dagli adulti e dal gruppo dei pari, la mancanza di autonomia e altri disagi1. Questi tratti aumentano la possibilità di sviluppare personalità aggressive e comportamenti violenti. I disagi e le sofferenze dei bambini e degli adolescenti sono una testimonianza di quella che J. Galtung definisce la dimensione strutturale della violenza urbana2. Tale tipologia di violenza è insita nella struttura stessa della città che non offre adeguati servizi ed opportunità, ed è la conseguenza diretta di scelte urbanistiche dettate dalla logica funzionalista che, dal secondo dopoguerra in poi, hanno portato alla separazione delle dimensioni dell’esistenza umana, creando un ambiente alienante, sul quale i cittadini sembrano non avere più il controllo.
I rischi di uno sviluppo urbanistico che non tenga conto dell’importanza della dimensione ludica della città per lo sviluppo sociale sono messi in scena in uno dei più famosi romanzi della nostra infanzia, I ragazzi della via Paal di Ferenc Molnar. Scritto nel 1907 e pubblicato a puntate su una rivista ungherese, il romanzo era rivolto agli adulti come denuncia del processo di urbanizzazione della città che stava riducendo gli spazi di gioco libero per i ragazzi, privandoli di esperienze ambientali, ludiche e spontanee, fondamentali alla loro crescita. La riflessione sugli spazi da destinare al gioco dei bambini portò, intorno agli anni Trenta del Novecento, l’architetto paesaggista danese C. T. Sorensen alla concettualizzazione di un tipo di campo di gioco che prese il nome di Junk playground. L’idea alla base di questo spazio era quella di creare luoghi non definiti, modellabili dall’immaginazione e dalla fantasia dei bambini: non sono previsti infatti dispositivi ludici già costruiti, ma vengono messi a disposizione diversi materiali ed attrezzi, offrendo così la possibilità di inventare i propri giochi, di manipolare materiali diversi, di distruggere e costruire.

Il primo Junk playground fu costruito nel 1943 ad Emdrup, nella città di Copenhagen, durante l’occupazione tedesca. Il gioco era considerato come prevenzione ed antidoto alla diffusione delle idee che in quel momento circolavano in Europa. I metodi educativi antiautoritari utilizzati negli Junk playground, di ispirazione anarchica, erano chiaramente una sfida all’ideologia nazista ed espressione della volontà di trasmettere ai bambini, adulti del domani, principi e valori democratici. Il tipo di gioco che si realizzava in questi spazi permetteva di reintegrare il senso della comunità, della solidarietà e della democrazia.

Finito il secondo conflitto mondiale, le città europee si sono trovate ad affrontare i danni lasciati dalla guerra ed avviare un intenso programma di ricostruzione, sia dal punto di vista fisico che sociale. In Inghilterra la popolazione era stata profondamente segnata dalla politica di evacuazione adottata dal governo e dalla permanenza per lunghi periodi nei rifugi antiaerei sovraffollati. Questo aveva causato molti problemi di delinquenza e disagio giovanile.

Forte era la preoccupazione che l’esperienza della guerra creasse una generazione che approvava l’uso della violenza. Nel 1946 l’architetto paesaggista Lady Allen of Hurtwood, dopo aver visitato il Junk playground ad Emdrup3, intravide nel posizionamento dei Playground sui siti bombardati un’ottima possibilità per affrontare attraverso il gioco i danni fisici e psicologici portati dalla guerra. Secondo Lady Hurtwood, i comportamenti devianti dei giovani erano una conseguenza della privazione di esperienze ambientali fondamentali alla crescita, di una vita non vissuta, dell’alienazione rispetto all’ambiente del proprio vivere quotidiano, sul quale i bambini non esercitavano nessun controllo. Questa tipologia del campo da gioco assunse il nome con il quale la conosciamo oggi: Adventure Playground.

Le basi teoriche che portarono all’utilizzo dei Junk playground a Londra furono poste dagli studi dell’artista ed educatrice austriaca Marie Paneth, che lavorò in un rifugio antiaereo nella zona di Branch Street dove vivevano un centinaio di bambini provenienti da famiglie indigenti e con trascorsi personali molto difficili. Tutti gli arredi e le finestre dello spazio per i giochi venivano periodicamente distrutti dai bambini, che avevano anche aggredito e derubato le volontarie del centro. Marie Paneth, osservando i bambini, si rese conto che i giochi proposti non erano adatti a loro e decise di accompagnare le loro inclinazioni naturali lasciandoli liberi di stabilire i giochi e le attività: notò subito che l’aggressività diminuì e il loro comportamento cambiò. Sostenne con forza la promozione di spazi per bambini che potessero essere autocostruiti e da loro stessi gestiti e propose di realizzarli sui siti bombardati vicino ai rifugi, dove
ci sarebbero stati numerosi materiali a disposizione. Lo scopo era sviluppare contemporaneamente l’identità personale e quella  pubblica favorendo il gioco spontaneo e individuale nella consapevolezza che il gioco è occasione di aggregazione sociale ed esercizio di democrazia:

We should also remember – sosteneva Marie Paneth – that the horde which Hitler employed to carry out his first acts of aggression – murdering and torturing peaceful citizens – was recruited mainly from desperate branch street youths, and that to help the individual means helping Democracy as well.4

La costruzione dei playground voleva avere un effetto catartico rispetto alla guerra e favorire la ricostruzione del legame tra i bambini, i luoghi e la comunità. Purtroppo l’amministrazione pubblica non seguì le idee di Hurtwood e molti dei siti sui quali erano stati costruiti i playground furono restituiti ai proprietari.

Stessa sorte toccò agli Speelplaatsen realizzati da Aldo Van Eyck ad Amsterdam tra il 1946 e il 1973. Van Eyck, che realizzò oltre settecento aree di gioco, le concepiva non come episodi isolati ma come pattern naturali della città: “La città deve essere in grado di assorbire queste aree sia esteticamente che fisicamente: esse devono diventare parte del tessuto urbano quotidiano”5. Queste aree ludiche, le cui forme semplici si ispiravano alle teorie pedagogiche di Friedrich Fröbel, avevano il compito di mostrare un modo diverso di vivere la città, ed erano disegnate per rispondere alle inclinazioni naturali dei bambini e favorire la loro immaginazione. Gli Speelplaatsen furono costruiti negli spazi residuali della città, inseriti nel paesaggio urbano come luoghi del vivere quotidiano dei bambini e come catalizzatori della comunità, spesso risposta diretta ai bisogni dei cittadini che ne facevano richiesta all’amministrazione.

La storia del playground, nella prospettiva di questa riflessione, è segnata da una profonda contraddizione sancita dalla Dichiarazione dei Diritti del Bambino del 1959.6. Secondo il settimo principio della Dichiarazione,” Il fanciullo deve avere tutte le possibilità di dedicarsi a giochi e attività ricreative che devono essere orientate a fini educativi; la società e i poteri pubblici devono fare ogni sforzo per favorire la realizzazione di tale diritto”. Qui viene dunque riconosciuto il diritto al gioco, ma contemporaneamente esso viene addomesticato, perché finalizzato a scopi educativi e di controllo sociale.

L’esperienza dei Junk Playgrounds e degli Speelplaatsen raccontano un altro modo di vivere la città, dimostrano come un gioco partecipativo e costruttivo possa ristabilire il senso d’appartenenza a un luogo o a una comunità, formando un cittadino attivo e coinvolto, che ha il potere di controllare il suo ambiente in modo piacevole e divertente. In un periodo molto buio come furono gli anni che portarono all’affermazione del fascismo e del nazismo e allo scoppio della seconda guerra mondiale, lo spazio per il gioco ebbe un ruolo fondamentale nell’alimentare la speranza di costruire una società diversa. Questa tematica è profondamente attuale, visto il momento di forte crisi che stiamo vivendo che vede, tra gli altri fenomeni analoghi, la rinascita di movimenti di estrema destra. Per questi motivi promuovere anche in Italia la costruzione di “piazze di autocostruzione”7 sull’esempio di quelle che esistono in Germania, diventa un’urgenza, per attivare un cambiamento reale nella nostra società.

 

1 Forni E., 2002, La città di Batman. Bambini, conflitti, sicurezza urbana, Bollati Bolinghieri, Torino.

2 Galtung J., 2000, Pace con mezzi pacifici, Esperia, Milano 2000.

3 Si veda, Designing Modern Childhoods: History, Space, and the Material Culture of Children; An International Reader. Marta Gutman and Ning de Coninck-Smith, editors. Rutgers University Press, 2007.

4 In Kozlovsky, Roy :”The Junk Playground : creative destruction as antidote to delinquency”, Threat and Youth Conference, Teachers College, April 1, 2006, http://threatnyouth.pbworks.com/f/Junk%20PlaygroundsRoy%20Kozlovsky.pdf

5 In Lefaivre, Lian, Tzonis, Alexander, Aldo Van Eych Humanist Rebel, 1999, Rotterdam.

6 Il testo integrale è consultabile sul sito http://www.savethechildren.it

7 Si vedano http://www.kolle37.de e http://www.spielwagen-magdeburg.de

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